Neolaureati cercansi. Ma ai colloqui non si presenta nessuno
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C’è una scena che ormai si ripete sempre più spesso, e sempre più in silenzio.Un’azienda pubblica un annuncio. Una posizione aperta. Un colloquio fissato. E poi… il nulla. Il candidato non arriva. Nessuna email di rinvio, nessuna telefonata. Solo un’assenza che parla molto più di mille parole.
Il paradosso del lavoro che c’è ma non attrae.
Un recente articolo del Corriere Milano ha fotografato il fenomeno: nell’estate 2025, quasi la metà delle posizioni destinate ai neolaureati è rimasta scoperta. Secondo Unioncamere, in Lombardia il 45% dei laureati richiesti non si trova, con picchi oltre il 70% nei settori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).Ingegneri, medici, economisti: figure fondamentali, introvabili. Non perché non ci siano giovani con queste competenze, ma perché qualcosa nel meccanismo di attrazione si è inceppato.
Per anni ci siamo raccontati una storia lineare: troppi laureati, poche aziende, stipendi bassi, contratti precari. Oggi lo scenario è diverso. Le aziende ci sono, i contratti anche. Eppure manca qualcosa di essenziale: il significato.
Giovani “svogliati” o semplicemente più lucidi?
Molti neolaureati non cercano solo un impiego. Cercano un motivo per sceglierlo. Un contesto in cui crescere, essere valorizzati, sentirsi parte di un progetto.
Se durante il colloquio trovano fretta, freddezza, distanza, scelgono di non tornare. Non sempre per capriccio. Spesso per lucidità.
Perché hanno capito che non è solo il loro curriculum a essere valutato: anche l’azienda è sotto esame.
Il colloquio come specchio culturale
Ogni colloquio è una rappresentazione simbolica. Non è solo valutazione tecnica: è il primo sguardo reciproco tra due visioni del futuro.
Che domande facciamo ai candidati?
Quanto spazio lasciamo all’ascolto?
Che immagine restituiamo del nostro ambiente di lavoro?
Un colloquio arido, meccanico, rischia di svuotare di senso la proposta, indipendentemente dal job title. E il candidato, se non trova coerenza, si allontana o, peggio ancora, accetta per poi dimettersi dopo pochi mesi.
Da selezione ad attrazione: un cambio di paradigma
Per decenni le aziende hanno pensato di essere al centro del processo: erano loro a scegliere. Oggi il paradigma si ribalta: sono le persone a scegliere.
E cosa cercano?
Non solo un contratto, ma una promessa: crescita, fiducia, senso.
Non solo un salario, ma una cultura capace di accoglierli.
Non solo competenze da offrire, ma relazioni da costruire.
Chi non comprende questo passaggio rischia di restare con posizioni aperte per mesi, mentre i talenti vanno altrove.
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Da dove ripartire: leadership, cultura, comunicazione
Per imprenditori, recruiter, HR e manager, la sfida oggi non è solo trovare candidati, ma farsi trovare desiderabili.
Non bastano più benefit aziendali o spazi di coworking curati. Servono:
Cultura del feedback, che dia ai giovani la certezza di poter crescere.
Leadership inclusiva, capace di valorizzare le diversità e ascoltare i bisogni.
Onboarding autentico, che trasformi i primi giorni in una vera esperienza di integrazione.
Colloqui-conversazione, dove entrambe le parti si conoscono davvero.
E soprattutto serve coerenza. Perché nulla allontana più velocemente di una promessa disattesa.
Il talento non si conquista, si attrae
Etichettare i giovani come “svogliati” è la scorciatoia più facile. In realtà, sono semplicemente più selettivi.
Ed è un bene.
Ci costringono a porci domande scomode:
Chi vogliamo davvero attrarre?
Quale futuro offriamo a chi entra?
Quanto siamo credibili quando parliamo di valori e cultura?
Perché il colloquio non è solo un incontro tecnico. È un incontro di visioni.
E lì, nella prima ora di dialogo, può nascere — o spezzarsi — la fiducia.
E tu, che colloqui stai facendo? Ascolti davvero chi hai davanti? Sai comunicare cosa rende la tua azienda unica? Sei pronto ad attrarre, non solo a selezionare?
Il cambiamento non comincia quando trovi la persona giusta. Comincia quando diventi l’ambiente giusto per quella persona.
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